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Inviato da: Raffaella
04/05/2007 0.06

   Sono 126 mila i lavoratori romani 'atipici', ovvero flessibili, interinali, co.co.co., a tempo determinato…. e  sono in aumento!!

numeridiroma.jpg E' il dato centrale della ricerca realizzata dall'Ufficio Statistica del Comune su dati Istat e ISFOL 2005, pubblicata sul periodico "I numeri di Roma. Statistiche per la città" (n. 1/2007). Un quadro d'assieme dell'occupazione 'non standard' nella capitale, a quasi cinque anni dall'entrata in vigore della legge 30/2003. Su 75.000 neoassunti nel 2005 (+0.6% rispetto all'anno precedente), quasi la metà ha trovato impiego nell'area dei cosiddetti lavori non standard. Il totale, come s'è detto, assomma a 126.000, l'11,6% del totale occupati (1.086.000). Sono soprattutto giovani tra i 15 e i 34 anni (59%), prevalentemente donne (58%), con molti diplomati e laureati (34%). Condizione imposta dal mercato del lavoro: sono 'atipici' nel 45% dei casi i contratti offerti dalle imprese. Tra questi, il 29% è legato ad una commessa specifica, il 12,3% riguarda il periodo di prova in vista dell'assunzione a tempo indeterminato, il 10,4% lavori stagionali.  Va poi aggiunta l'area del lavoro 'intermittente', cioè l'assieme di coloro che hanno concluso un lavoro e ne attendono un altro: 33 mila persone che, sommate ai flessibili in corso di contratto, porta il totale a circa 158 mila unità, pari al 13,5% della popolazione attiva.

Flessibili in crescita anche a Roma, dunque, ma con alcune specificità. Il mercato del lavoro romano offre maggiori prospettive di stabilizzazione rispetto al resto d'Italia: nell'ultimo quinquennio il 34% dei lavoratori a tempo determinato della capitale ha mantenuto un contratto atipico, contro il 37% nazionale; idem per altre forme di lavoro dipendente (30% contro il 39% nazionale) - ma per co.co.co e co.co.pro., molto richiesti a Roma dal terziario avanzato, è il contrario: è rimasto in piedi negli ultimi cinque anni il 60% dei contratti di collaborazione, a fronte del 43% su scala nazionale -  Per contro, a Roma il 56% dei contratti a tempo determinato si converte in tempo indeterminato (53,6% la media nazionale) e transita a quest'ultimo il 42% dei collaboratori, rispetto al 32% del dato italiano. Il lavoro a tempo indeterminato, dunque, resta l'asse portante dell'occupazione romana (90,6% del totale dei lavoratori dipendenti), ma cresce più lentamente (+3,4% nel 2005 rispetto al 2004) delle nuove tipologie di lavoro (+10,5%).  Il 62% dei nuovi occupati ha fra i 15 e i 34 anni e una volta su due trova un lavoro atipico, per circa un terzo come addetto al settore dei servizi alle imprese (29,6%), nei servizi sociali (14,3%), nel commercio (11,8%), nelle attività paramediche e di assistenza all'infanzia (11%).  La durata media di un contratto flessibile, a Roma e nel resto del Paese, è di un anno: per i lavoratori a tempo determinato, tuttavia, la situazione romana è migliore, perché i contratti con durata più lunga, tra i due e i tre anni, sono quasi il doppio della media nazionale (15,2% rispetto all'8,3%). In più della metà dei casi a Roma il contratto viene rinnovato più di una volta: la tendenza, dunque, è ad utilizzare i contratti flessibili al posto delle assunzioni stabili  In ogni caso, il processo appare irreversibile: la riduzione del lavoro fisso, a fronte del costante aumento di quello atipico, è costante. Se si considera la situazione dopo il 2000, solo il 56% dei cambiamenti occupazionali ha riguardato la trasformazione da tempo determinato a tempo indeterminato.

 

Tra '96 e 2000 i contratti di nuovo tipo a Roma erano il 10,4% del totale, tra 2000 e 2005 il 33%. Guardando la situazione dal versante opposto: i contratti a tempo indeterminato sono passati dall'82,2% prima del 1990, quando il posto fisso faceva la parte del leone, al 64,6% del periodo 1996-2000 e al 46,2% del quinquennio 2001-2005.  Da ultimo: cosa pensano i lavoratori romani atipici della propria condizione? Il 60% è insoddisfatto della busta paga, il 66,3% del grado di stabilità e sicurezza del posto. Più confortanti i dati sul fronte della valorizzazione delle capacità e delle prospettive di crescita professionale, almeno a paragone con le statistiche nazionali: gli studi fatti non sono stati necessari per ottenere l'attuale lavoro per il 53% degli 'atipici' romani, mentre la media italiana è il 60%; e il 64% del campione romano ritiene di formarsi e aumentare le proprie competenze grazie al lavoro svolto, contro il 59% della media nazionale. Il mercato del lavoro romano, commenta l'assessore capitolino al bilancio Marco Causi, vive da anni un ciclo di forte dinamismo, con 207 mila occupati in più negli ultimi sei anni. Un'evoluzione che ha portato la capitale "nel pieno dei processi di sviluppo tipici delle economie avanzate e quindi anche delle criticità dei moderni mercati del lavoro". E la principale è "la sottile linea grigia che distingue la flessibilità dalla precarietà". Sotto-occupazione e assenza di diritti per un verso, sicurezze relative ma possibilità di crescita per altro verso. "Due dimensioni che convivono oggi nell'economia romana".

Per un approfondimento:

 http://www.comune.roma.it/was/wps/portal/!ut/p/_s.7_0_A/7_0_21L?menuPage=/&targetPage=/Homepage/Area_Content/Rubriche__Primo_Piano/Attualit-13-/info503424620.jsp

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1 commenti...

Re: dall'Ufficio Statistica del Comune

Se in tre anni dall’entrata in vigore della legge Biagi i lavoratori romani (tra “atipici” e intermittenti”) sono arrivati al 13,5 % del totale occupati, vuol dire che il mercato del lavoro atipico cresce di quasi il 5 % all’anno (percentuale di tutto rispetto, non c’è che dire).

E visto che ormai un contratto di lavoro su due offerti dalle imprese è atipico, dobbiamo aspettarci sempre di più che anche in Italia si affermi la “sindrome della Spagna”, dove in pochi anni i contratti precari hanno superato il 30 % di quelli a tempo indeterminato.

Questa considerazione è rafforzata da un altro dato esposto nel comunicato stampa del Comune di Roma, e cioè che il lavoro precario cresce tre volte di più rispetto al tasso di crescita del lavoro a tempo indeterminato. Certo, ci dice il Comune in un modo che vorrebbe essere rassicurante, quest’ultimo resta l'asse portante dell'occupazione romana (90,6% del totale dei lavoratori dipendenti), ma ciò si deve semplicemente al fatto che la legge Biagi, e prima di essa la legge Treu, sono relativamente recenti e i “danni” che hanno causato nel mondo del lavoro sono ancora limitati. Come dire: ho i denti cariati però il 90,6 % è ancora sano ………. ……… peccato che tra qualche anno le cose saranno peggiorate se non ci decideremo ad andare dal dentista.

L'assessore capitolino al bilancio Marco Causi continua a giocare con le parole: ma che cavolo significa “la sottile linea grigia che distingue la flessibilità dalla precarietà" ??

Da walterdeitinger a   05/05/2007 22.49

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