Che affare il disoccupato
di Emiliano Fittipaldi
Borse nazionali e regionali. Centri pubblici per l’impiego. Milioni spesi per strutture che avrebbero dovuto aiutare a trovare lavoro. Risultato: un flop
Pochi sanno che in Italia esiste la Borsa nazionale del lavoro. Un sistema informatico dal nome pomposo che dovrebbe mettere in relazione chi è alla ricerca di un posto con le imprese che lo offrono. Un organismo considerato fondamentale dal vecchio governo Berlusconi, che lo inserì nell'articolo 2 del decreto attuativo della legge Biagi. Peccato che il servizio, ideato sei anni fa, non abbia mai funzionato decentemente. Nonostante i costi mostruosi per farlo partire: per il portale nazionale sono stati spesi 3,6 milioni di euro, per quelli regionali circa una quarantina, tra soldi statali e fondi europei. Denaro bruciato, visto che i milioni di disoccupati che tentano la fortuna nella Borsa voluta dall?ex ministro al Welfare Roberto Maroni, dopo essere entrati nel sito www.borsalavoro.it, restano con l'amaro in bocca.
Il sito è aggiornato al lontano 17 dicembre 2007, quando a fronte di 4 mila annunci pubblicati dalle aziende, di cui il 75 per cento localizzati in Lombardia, c'erano 180 mila candidati. I numeri sono vecchi, ma il rapporto tra domande e proposte è deprimente: in Toscana venivano messi in palio la miseria di tre contratti, in Basilicata due e in Sardegna solo uno. Oggi la bacheca nazionale non esiste più, dal portale ci si può collegare solo alle Borse regionali. Quella dell'Abruzzo propone un tirocinio full time a Pescara. Stop, nessun'altra inserzione.
Quella della Basilicata zero di zero, nonostante qualche mese fa la Regione plaudiva al network capace di «mettere a disposizione di tutti i protagonisti del mondo del lavoro una serie di servizi e opportunità per incontrarsi. I numeri lo testimoniano ». In Calabria un anno e mezzo fa si è tenuto addirittura un seminario sul tema, che elencava i risultati record della Borsa regionale: 68 punti d'iscrizione aperti sul territorio con l'assistenza della società del ministero Italia Lavoro, partecipazione di tre università e 60 scuole. Ad aprile risulta l'annuncio di una sola azienda, la Euroidee srl, che offre 12 posti, tutti nella cittadina di Corigliano Calabro.
Il portale siciliano propone invece cinque assunzioni con contratti da lavoratore autonomo, quello della Sardegna non si apre. Sulla Borsa del Molise non ci sono annunci, ma solo link di altri siti specializzati. In Campania niente da registrare, tranne che la società Lavoro.doc sta «ricercando per una seria famiglia di Avellino una colfgovernante che, con serietà e coscienziosita, si dovrà occupare della cura della casa, del giardino, del guardaroba, delle pulizie, della cucina. Richiesta esperienza presso distinte famiglie, oltre a senso organizzativo e pazienza». Al ministero del Lavoro non si nascondono.
«Diciamo che la Borsa non è decollata, ci si scontra con resistenze culturali, in Italia si cerca lavoro ancora in modo tradizionale », dice il segretario generale Francesco Verbano. È un fatto che il capitale sociale composto dalla rete di amici e famigli resti il metodo privilegiato per trovare un?occupazione. Ma pare anche la logica conseguenza delle disastrose politiche del lavoro, che continuano a mettere in piedi carrozzoni inefficienti. «Il fallimento della Borsa è colpa anche dei tanti centri per l'impiego (i vecchi uffici di collocamento, ndr) che non hanno inviato i dati.
Ora li responsabilizzeremo, chiederemo aiuto alle agenzie interinali. Entro sei mesi il ministro Maurizio Sacconi vuole vedere risultati». Di lavoro ce ne sarà a iosa: se il portale dell'Emila-Romagna e quello della Lombardia funzionano a dovere (idem per Liguria e Piemonte, dove i siti vengono gestiti direttamente dalla Regione), la Borsa delle Marche «è in corso di aggiornamento e al momento non è utilizzabile », quella della Puglia pubblica un unico annuncio per un capocantiere a Bari, il sistema laziale non dà cenni di vita.
Persino il Friuli-Venezia Giulia non regala conforto ai (per fortuna ancora pochi) disoccupati di Udine e Pordenone: «La Borsa lavoro», si legge on line, «è temporaneamente sospesa». Il disastro dell'iniziativa lanciata nel 2003 con la legge 30, che sarebbe servita a integrare la nuova flessibilità spinta con strumenti rapidi ed efficaci per intrecciare le esigenze di disoccupati e imprese, potrebbe far immaginare che lo Stato abbia preferito potenziare gli altri sistemi di collocamento. Non è così: gli sprechi e le inefficienze dei centri pubblici per l'impiego, sono, se possibile, ancora più gravi.
I Cpi sparsi per il Paese sono una miriade, ben 536, e occupano un esercito di 12 mila amministrativi. «In media i dipendenti guadagnano 35 mila euro l'anno», spiega Verbano. In tutto 420 milioni di euro solo per il costo per il personale. Tra gestione ordinaria e affitti di immobili si supera il miliardo di euro. Un bilancio che pesa soprattutto sulle province, dove la gestione dei centri, insieme alla manutenzione delle strade locali, è una delle poche responsabilità rimaste. Ma quanta gente trova lavoro grazie ai Cpi?
Secondo l'ultimo Rapporto dell'Isfol pubblicato nel 2008 i centri fungono da canale d'ingresso nel mercato del lavoro solo per il 3,2 per cento dei nuovi assunti. Dato confermato anche dall'analisi Excelsior- Unioncamere: l'anno scorso solo cinque imprese su cento hanno bussato alla porta delle province, una percentuale ancor più bassa rispetto a quella del 2007.
Persino i bistrattati concorsi pubblici funzionano più degli ex uffici di collocamento, usati quasi esclusivamente dalle persone più in difficoltà: donne, gente matura che ha perso il posto, disoccupati cronici, un popolo con istruzione medio bassa e profilo sociale modesto. Leggendo le statistiche non stupisce che chi ha trovato lavoro con i servizi pubblici guadagni e lavori meno di chi ha usato un altro canale: in media il reddito annuo arriva appena a 16.470 euro lordi, contro i 24 mila di chi si rivolge a una società di selezione e i 32 mila di chi apre un?attività in proprio.
«I centri dovrebbero assicurare un servizio avanzato ma, ahimè, non è cosi», chiude Verbano: «Le province hanno avuto personale e risorse, ma lavoro non ne trovano. Funziona meglio la parte amministrativa di loro competenza, quella che riguarda le comunicazioni obbligatorie, che tutti i datori di lavoro devono trasmettere in caso di assunzione, proroga, trasformazione e cessazione dei rapporti».
Diana Gilli, esperta dell'Isfol, non fa giri di parole: «Il sistema dei Cpi è autoreferenziale, chiuso in se stesso: pochissimi sono i contatti con le imprese, con chi fa formazione, con le agenzie private, persino con le istituzioni. Al Sud la situazione è imbarazzante». Ovvio che le offerte che finiscono nei database si contino su una mano: le aziende non si fidano, e cercano personale altrove. Se il presente è fosco, il futuro dei Cpi potrebbe essere ancora più grigio: tra sei anni il sistema, oggi finanziato anche dalla Ue, peserà unicamente su fondi nazionali.
E le performance mediocri rischieranno, se possibile, di peggiorare ancora: attualmente solo il 34 per cento delle province meridionali può vantare un minimo di raccordo tra collocamento e centri di formazione professionale, mentre a livello nazionale solo un centro su quattro fa tutto quello che dovrebbe, la grande maggioranza non rispetta le normative. A volte, dicono dall'Isfol, si tratta di inadempienze gravi, in altre ci si trova di fronte a inezie, spesso si finisce nel paradosso.
Come a Pescara, dove una sessantina di dipendenti dei centri provinciali stanno cercando lavoro innanzitutto per loro stessi: sono precari storici a cui sta per scadere il contratto a tempo determinato.